REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA, PERCHÉ VOTIAMO NO

Quando si parla di giustizia, molte persone sentono che qualcosa non funziona: processi troppo lunghi, * cause civili che durano anni, * tribunali sovraccarichi, carceri al limite della capienza. Sono problemi concreti che pesano sulla vita quotidiana.
Ma i problemi non sono solo questi: la giustizia italiana presenta limiti culturali e strutturali. La mancata piena applicazione della Convenzione di Istanbul, unita a regole e procedure radicate in una tradizione giuridica maschile, rende ancora difficile, soprattutto per le donne che denunciano violenza, essere credute e ricevere il giusto ascolto. Nonostante i cambiamenti legislativi ottenuti grazie alle lotte delle donne, queste criticità continuano a ostacolare l’accesso pieno alla giustizia.
Per questo, davanti a una riforma, la domanda fondamentale è: migliorerà davvero la giustizia per le cittadine e i cittadini? Nel caso della riforma su cui siamo chiamati a votare, la risposta è NO.
La riforma modifica sette articoli della Costituzione e cambia profondamente l’organizzazione della magistratura, ma non affronta i problemi reali: non abbrevia i tempi dei processi, non aumenta il personale, non riduce l’arretrato, non migliora la situazione delle carceri e non rende il sistema più il sistema più attento alla vita delle persone.
Per rendere la giustizia davvero efficace e accessibile servono invece cambiamenti organizzativi e culturali, anche attraverso percorsi formativi che affrontino le criticità del sistema e mettano in discussione pratiche e regole del diritto ancora segnate da una tradizione giuridica costruita sul punto di vista maschile.
Al contrario, la riforma indebolisce l’indipendenza della magistratura, principio fondamentale dello stato di diritto. La separazione delle carriere, presentata come innovativa, riguarda oggi appena lo 0,5% dei magistrati. Il risultato può essere un pubblico ministero sempre più configurato come organo dell’accusa, meno tutelato dall’unità della magistratura e quindi più esposto a possibili pressioni politiche nella scelta dei reati da perseguire.
Anche il Consiglio Superiore della Magistratura viene modificato: diviso in due – uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri – e scelto tramite sorteggio. I magistrati togati sarebbero estratti tra tutti i magistrati, mentre i membri laici sarebbero sorteggiati da una rosa di nomi selezionati dal Parlamento.
La divisione del CSM, oltre a frammentare l’organizzazione e raddoppiare strutture e costi, può produrre orientamenti diversi su questioni simili, creando confusione e inefficienza.
La riforma istituisce inoltre una nuova Alta Corte disciplinare per giudicare e sanzionare gli illeciti dei magistrati, sottraendo questa funzione al CSM. Il potere disciplinare viene così trasferito a un organo separato, composto da magistrati (6 giudicanti e 3 requirenti) sorteggiati e da altri membri scelti dal presidente della Repubblica (3) o sorteggiati (3) da una lista ristretta selezionata dal Parlamento, con il risultato di esporre maggiormente anche le decisioni disciplinari a possibili influenze politiche.
In sintesi: questa riforma cambia l’architettura della magistratura ma non affronta i problemi concreti del sistema né garantisce la formazione e gli strumenti necessari per rendere la giustizia più efficace e realmente funzionante.
Per questo il referendum riguarda tutte e tutti noi: un equilibrio costituzionale solido richiede una magistratura indipendente e capace di applicare la legge senza pressioni politiche, garantendo realmente diritti ed equità.
VOTARE NO significa difendere questo equilibrio e chiedere, con forza, riforme che migliorino davvero la giustizia: più efficiente, più accessibile e più vicina alla vita quotidiana di donne e uomini.

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